Visualizzazione post con etichetta Ottavina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ottavina. Mostra tutti i post

martedì 6 aprile 2010

OUVERTURE (il primo capitolo de "L'Ottavina di Dio")

Un solo tiro. L’ultimo.
Si piegò sul panno verde, caldo come una febbre fuori stagione. Le dita si allungarono attente curvandosi a formare il ponticello.
Uno sguardo ancora al punteggio, un altro negli occhi del suo avversario. Poi solo la biglia lucida.
Il brandeggio era sicuro, la mano ferma, il corpo indifferente alla frequenza cardiaca troppo accelerata. Strinse gli occhi sul punto preciso in cui il girello avrebbe colpito. Poi tutto si fece verde, confuso dalla vista appannata: un istante durante il quale i sensi dilatati lasciavano abbandonare il suo corpo nell’incanto del nulla.
All’improvviso, ancora la biglia lucida.
E tutti i sensi tornarono vigili, i muscoli tesi, la mente già pronta al colpo in tutte le sue dinamiche. Aveva calcolato la traiettoria, cercando una velocità senza rischio; escluse il rimpallo di terza ed anche la carambola sul pallino. Il mezzo colpo lo avrebbe coperto in caso di errore sul castello e lasciato comunque in asse d’attacco sull’eventuale tiro successivo.
Ma non doveva esserci un tiro successivo.
La mascella si serrò dolorosamente e minuscole gocce di sudore si raccolsero sulla fronte con fastidiosa rapidità: avrebbe voluto sollevarsi dal tavolo, asciugarsi, ingessare di nuovo il tappo e ripensare ancora una volta il tiro. Ma ormai tutto il corpo era pronto, la stecca oscillava da troppo tempo.
Il momento era quello, solo quello… o non avrebbe mai più avuto il coraggio di colpire.
Il panno illuminato fendeva il buio circostante, in cui un’immagine a colori tenui testimoniava con discrezione la presenza del pubblico.
Ora è il momento - pensò.
E colpì. Chiuse gli occhi e sperò.
Di vincere. Di sbagliare. Oltre la ragione… di vincere.
“Sessanta. Partita, incontro.”
L’applauso esplose improvviso come una cannonata nel silenzio assoluto che aveva preceduto il colpo.
Il sudore arrivò giù. A bagnare gli occhi e confondere quelle che forse erano lacrime.



.

sabato 23 gennaio 2010

Una recensione de l'Ottavina di Dio

Gli autori si pavoneggiano un po' con questa recensione di Luigi Fedele dal sito "DireFareScrivere".

E ritorniamo... dopo un po' di assenza. Tutta colpa di... vabbé lo diremo con calma. Presto notizie sul tour dell'Ottavina che continua anche nel 2010.
Buona lettura...

Tra rimbalzi di avventure e imprevisti,
alla ricerca di un campione di biliardo
sparito dopo una formidabile vittoria
Una vicenda originale, raccontata in questo amabile romanzo
edito da Città del Sole, tra intrighi e malavita nel Mediterraneo
di Luigi Fedele


Durante il campionato del mondo di biliardo di Tangeri del 1976 un colpo impossibile da realizzare consente a uno sconosciuto di vincere il titolo. Paolo Saturno, il nuovo campione del mondo, scompare misteriosamente dopo la vittoria e tutti lo credono morto. Trent’anni dopo due aspiranti scrittori, Bico e Poker, decidono di scrivere la sua storia. Il romanzo L’ottavina di Dio (Città del Sole, pp. 327, € 15,00), scritto a quattro mani da Marco Di Grazia e Francesco Villari, è il racconto del viaggio alla ricerca del campione scomparso.
Di Grazia, classe ’69, è già autore del racconto Un facile caso, inserito nell’antologia Giallo Wave (BigSquare edizioni) e del romanzo Li chiamavano Bartali e Coppi (Ibiskos editrice).
Villari, classe ’71, è, invece, alla sua prima esperienza, essendo un dirigente aziendale, comunque avvezzo alla scrittura in quanto giornalista musicale.
Dei due è solo il secondo ad aver giocato a biliardo nel corso della sua vita. A dare il via alla spedizione narrata nel romanzo è la notizia che un anziano uomo ha effettuato il colpo irrealizzabile, quello ribattezzato «ottavina di Dio». Basta questo per convincere Bico a partire per la Spagna, trascinando con sé Poker, per trovare quella storia “nuova” da raccontare che cercano da tempo. È proprio dall’arrivo nella città di Almería, in Spagna, che inizia la narrazione del loro viaggio che, attraverso una serie di disavventure, li porterà poi in Tunisia e in Grecia.
Un intreccio molto fitto di eventi che viene raccontato alternativamente dai due protagonisti, fornendo quindi due punti di vista differenti della narrazione. Attraverso numerosi flashback, che si inseriscono perfettamente nella trama, gli autori raccontano dell’incontro, avvenuto due anni prima, tra Bico e Poker nell’anticamera di un editore e di come sia nata la loro amicizia. Con lo stesso espediente narrano come il primo sia venuto a conoscenza, in una sala da biliardo, della possibile ricomparsa del campione.

In giro per il Mediterraneo
Ad Almería i due si troveranno in una difficile situazione a causa di Poker e di una donna. I protagonisti riusciranno, però, a farla franca grazie a una partita di biliardo giocata da Bico contro il campione del mondo in carica, El Brujo, per poi fuggire, insieme alla donna, a Granada, Valencia e in seguito a Barcellona. Qui un fortunato incontro gli consentirà di proseguire nella loro ricerca, senza la donna, scomparsa misteriosamente. La nuova traccia li spingerà verso un negozio di tappeti di Tangeri. Anche nella città tunisina i protagonisti avranno dei problemi e saranno sul punto di abbandonare la loro spedizione. Stavolta però sarà il timido Poker a tirare fuori l’asso dalla manica, rappresentato dalla figlia del mercante di tappeti, che darà loro le notizie di cui hanno bisogno, consentendogli così di riprendere la missione. La nuova meta sarà la città di Parga, in Grecia, dove da anni risiede ’U Vecchiu, l’anziano maestro di Saturno. Ed è proprio qui che avrà luogo l’emozionante epilogo di una storia lunga trent’anni, che era iniziata con una partita a biliardo e un colpo impossibile e si concluderà con un’altra partita e un finale che in pochi si sarebbero aspettati.

Appassionante e coinvolgente
Un romanzo ben scritto, scorrevole e bello da leggere, che sebbene tratti la storia di un campione di biliardo, appassionerà anche chi di palle, stecche e birilli ne capisce ben poco, perché gli autori non si soffermano sugli aspetti tecnici del gioco, ma danno più importanza alle emozioni e alle sensazioni dei protagonisti.
Un racconto avvincente, che coinvolge il lettore e gli consente di immedesimarsi in uno o nell’altro dei due personaggi principali, molto diversi tra loro, ma complementari l’uno all’altro. Bico è energico e pieno di iniziativa, un uomo del Sud, che vive a Roma tra mille espedienti. Molto astuto e pragmatico, trova sempre il modo di tirarsi fuori dai guai. Poker è più romantico e sognatore, un eterno “cuore infranto”, caratteristica che gli causerà non pochi guai durante il viaggio. I due si odiano e si amano proprio per questa loro grande diversità, per questo loro essere le due facce di una stessa medaglia.
I personaggi sono descritti con particolare attenzione ai particolari fisici e psicologici e ciò permette di avere la giusta misura dei toni e degli atteggiamenti tenuti nei dialoghi. Questi, a loro volta, non risultano mai scontati, pur nella loro semplicità, caratteristica che li rende gradevoli alla lettura e molto aderenti a un linguaggio colloquiale, che consente l’inserimento di espressioni idiomatiche.
I luoghi sono dipinti sempre con molta cura, facilitando l’opera di fantasia del lettore nel ricostruire mentalmente gli spazi in cui si svolgono gli eventi.
L’ottavina di Dio è un romanzo che appassiona grazie anche alle avventure/disavventure dei protagonisti, che sono immersi nello spaccato di una nicchia di società dove il gioco d’azzardo, gli intrighi e i sotterfugi sembrano essere all’ordine del giorno. Un testo che tocca, seppur marginalmente, il problema delle scommesse clandestine e delle partite truccate dalla malavita. Resta da dire solo una cosa: leggetelo e non ve ne pentirete.

Luigi Fedele

sabato 8 agosto 2009

E bisognava volare... (Racconta Poker)

E rieccoci qua dopo un mese di assenza. E sono state vacanze anche per noi, vacanze vere stavolta, non condite da nessuna avventura particolare (e per fortuna). Vacanze sulle "tracce dell'Ottavina", passate in compagnia di una persona straordinariamente piacevole. Un uomo alto, grande e grosso, che porta quasi sempre un fazzoletto legato al collo. Un uomo tornato in Italia dopo tanti anni di vagabondaggio in giro per il mondo, che vuole trascorrere questo suo tempo attuale in luoghi conosciuti, facendo cose normali, dopo aver passato una vita intera a nascondersi, ad arrangiarsi, a prestare la sua abilità, la sua arte alla pura e semplice sopravvivenza. Ci ha chiamati (sorprendendoci) qualche settimana fa, chiedendoci di trascorrere un periodo con lui. Bico era al settimo cielo, figuriamoci... saltava come un grillo all'idea. Io un po' meno, veramente, avevo altre aspettative per queste vacanze, che avrei voluto trascorrere in compagnia di... eh, vabbè, ma non mi va di rivelare troppo. Diciamo in buona compagnia, ma alla fine, lo schizoide del mio amico mi ha convinto anche questa volta.
"Una settimana al massimo poi ce ne andiamo via, dai!" diceva.
E invece siamo rimasti un mese, a mangiare, bere, chiacchierare, fare giri in macchina e a piedi, bagni in mare, escursioni in montagna, a sentire il nostro nuovo amico che ci raccontava delle sue avventure sparse in trent'anni di vita e di viaggi in tutto il mondo.
Hanno pure giocato a biliardo e allora sì che Bico era contento, di poter "intrecciare" la stecca con lui. Eccome se era contento. Abbiamo anche conosciuto persone interessanti, molto interessanti... (quel maligno direbbe che mi sono innamorato almeno 4-5 volte in questo periodo, ma non è vero niente).
Insomma... a conti fatti è stato un buon mese e che ci ha ricordato un periodo intenso della nostra esistenza, quando ci siamo scorrazzati per mezza Europa alla ricerca di un'intuizione, di una leggenda, di... un colpo.
E che si è rivelata molto, molto di più.
Tutto sommato ne è valsa la pena, sì...

mercoledì 8 luglio 2009

Un doblò blu (Racconta Poker)

Quel giorno che Bico si presentò sorridente a casa mia, non immaginavo certo in che razza di avventura mi avrebbe coinvolto. Lo ricordo con quel suo sorriso a 68 denti sulla soglia di casa mia, masticando uno dei suoi stramaledetti confetti. Non avevo voglia di parlare, aspettavo lo facesse lui, invece mi teneva sulle spine col suo silenzio. E io non volevo dargli la soddisfazione di mostrare invece tutta la curiosità che mi aveva messo in corpo con quella telefonata che mi aveva fatto all'alba.
"Un viaggio!"
Un viaggio... non avevo mica chiuso occhio, anche se ero stato sveglio tutta la notte. Un viaggio. L'idea mi affascinava e spaventava, ma se avessi saputo a cosa sarei andato incontro, forse non mi sarei mica fatto trovare. E invece... all'ora fissata ero lì, vestito come un cuoco casalingo, con il guantone da forno infilato nella mano e il polletto a finire di cuocere.
"Un viaggio fino in Andalusia."
"Tu sei scemo!" Gli risposi, ma già la mente fantasticava. Ci ero già stato, in ben altra compagnia e avevo voglia di tornarci, anche se stavolta la compagnia non aveva capelli lunghi e neri, ma le fattezze di quello schizoide di Bico.
La valigia fatta in fretta, con lui che batteva il piede in terra quasi a darmi il tempo, come se avesse avuto un metronomo nella scarpa, poi mi ha quasi trascinato di peso giù per le scale. Aveva fretta, era eccitato. Io ero confuso, stranito, non mi aveva nemmeno spiegato cosa ci andavamo a fare in Andalusia.
"Ti spiego tutto mentre siamo in viaggio!" Aveva detto.
Mentre scendevamo mi prese un brivido: ma che ci saremmo andati con la sua vecchia Panda in Andalusia?
Poi rimasi stupito di fronte a quel furgoncino, come potrei chiamarlo?
"Ti piace il Doblò?" Disse lui. "Una gentile concessione del Mistico."
Non volli sapere chi era il Mistico. Misi dentro i bagagli e partimmo.
Accese lo stereo e questa fu la prima canzone che ascoltammo all'inizio di quella che è diventata l'avventura dell'Ottavina.

Profetica???



.

mercoledì 17 giugno 2009

Lo chiamavano Il Profeta (Racconta Bico)

Era l'estate di una ventina di anni fa, in una infuocata e semideserta Roma. Una delle tanti che trascorrevo nella capitale, in compagnia di mio nonno, il "Francese".
Ricordo che ero seduto al tavolo con un simpatico ometto, che mi stava insegnando come si trucca un mazzo di carte, quando lo vidi entrare per la prima volta. Era alto, altissimo, il volto magro e scavato e candidi capelli lunghi. Indossava una camicia hawayana e pantaloni beige. L'occhio mi cadde più in basso, era a piedi nudi. Mi voltai istintivamente verso mio nonno, che stava pulendo delle tazzine da caffè dietro il suo bancone. Il nonno non ricambiò il mio sguardo; senza dire una parola prese una bottiglia di Strega e la mise sul banco. L'uomo coi capelli bianchi la prese e poi si diresse verso il tavolo cinque. C'erano due ragazzi che giocavano e quell'uomo se ne rimase in disparte, accendendosi un mezzo sigaro. Quando i due ragazzi lo videro gli lasciarono immediatamente il tavolo. Quello non disse niente, prese una stecca e si mise a giocare.
Da solo e con una sola palla. La faceva rotolare da una parte all'altra del tavolo, alternando sorsate di Strega e tirate dal mezzo toscano.
E poi iniziò a parlare, anzi, a bestemmiare.
Tirava e bestemmiava, seguiva la palla e bestemmiava, beveva e bestemmiava, fumava e bestemmiava.
Non in modo incazzato o nervoso, anzi, pronunciava quelle bestemmie in modo lieve, a volte quasi cantando.
Nessuno si avvicinava, anzi, nessuno sembrava farci caso. Chiesi al mio amico baro chi fosse, ma lui si limitò a scuotere la testa.
-Allora, mezzasega, lo vuoi imparare o no a farti entrare l'asso al momento giusto?-
Non gli risposi e raggiunsi il nonno dietro al banco.
Lui mi rispose che quell'uomo era "Il Profeta." Veniva nella sala da quasi trent'anni, senza una cadenza fissa. C'erano periodi in cui lo vedevano tutti i giorni, c'erano periodi in cui poteva stare un anno senza mettere piede là dentro. Nessuno sapeva come si chiamasse, dove abitava o cosa facesse o avesse mai fatto nella vita.
Per tutti era "Il Profeta" l'uomo che veniva, prendeva una bottiglia di Strega, giocava da solo con una sola palla, fumava il sigaro, bestemmiava per tutto il tempo, poi pagava il tutto e se ne andava via.
Sempre a piedi nudi, estate e inverno, sole o pioggia che fosse.
Fece così anche quella volta e le altre volte (poche in verità) in cui rividi quei suoi lunghi argentei capelli fare capolino nel bar, accompagnati dal suo passo leggero a piedi nudi.

.

martedì 9 giugno 2009

Una brutta aria (Raccontano Bico e Poker)

Nel post precedente a questo viene annunciata una presentazione, confermata anche dal post-it sulla pagina di questo blog: Sabato 13 giugno, presentazione de "L'Ottavina di Dio" a Vedano Olona (VA).
Ebbene, stamattina, gli autori hanno ricevuto la notizia che la presentazione non si farà più. Motivo? Cambio della guardia al timone del Comune di Vedano Olona. La nuova giunta che si insedierà ha già deciso di cancellare le iniziative dell'assessorato alla cultura della precedente giunta (ma ancora in carica). Vogliamo fare qualche nome? Quelli propri non li conosciamo, quelli dei partiti (o coalizioni) sì. Leghisti e Pdl quelli che si insediano, Centrosinistra quelli che se ne vanno.
E se questi sono i metodi, siamo un po' preoccupati. Non tanto per l'Ottavina, per l'amor di Dio. Ci saranno altre occasioni, altre presentazioni e non viene giù il mondo per questo.
E' il metodo. Sono questi metodi che fanno amaramente riflettere. In verità dovrebbero far incazzare, ma tanto ormai siamo abituati a tutto, in questo "benedetto, assurdo belpaese".
Siamo preoccupati dal modo di fare arrogante di certa gente e dal modo di fare accomodante (per non dire pavido) di altra, che non sa fare altro che alzare le mani e dire: "fate pure." Se i segnali sono questi (ma lo sono da quindici anni) il fondo del barile lo stiamo già raschiando.
E forse è quello che vogliamo...

Andiamo avanti...

.

sabato 30 maggio 2009

Ritagli di viaggio Parte II (Racconta Bico)

Racconto io, ma racconta Poker, che ora fa pure il furbo e taglia dove vuole lui per passarci bene. E allora diamogli un seguito a quel ritaglio di viaggio che ha inserito lui... e si continua.

...Svolto a sinistra al primo incrocio che ancora continuo a ridere e penso alla faccia di Bico e a quello che starà pensando adesso. Tranquillo, faccio il giro dell’isolato e poi passo a riprenderti. Però ho fame, penso. Faccio ancora un centinaio di metri e poi svolto di nuovo a sinistra. Vedo un bar dall’insegna carina e accosto. Scendo, mi metto le mani sui fianchi e mi guardo intorno. Proprio brutta questa città, non vedo l’ora di andarmene, ma ora pensiamo allo stomaco.

Entro nel bar e mi siedo al lungo bancone di legno. Esposti davanti a me ci sono una infinita serie di piatti, le tapas, di diverso genere. Dietro al banco una donna di mezz’età, di forma cuboidale, di un sorriso solare, che le gonfia le guance rosse. Chiedo subito una birra, poi inizio con gli assaggi delle tapas. Comincio dal pesce. La signora mi consiglia le anchoas marinate. Me le lascio servire, seguite subito dopo da dei bocconcini di pesce fritti. Sono eccezionali. La signora mi spiega che il pesce viene marinato prima di essere fritto. Ne prendo un’altra porzione e li lascio scorrere lentamente nel palato. Per continuare scelgo una porzione di chorizo, una salsiccia secca e molto speziata, poi mi lascio servire dei rotolini fritti ripieni al prosciutto, che lei chiama flamenquines. Anche questi sono divini. Per chiudere prendo una porzione di jamòn serrano. Il prosciutto spagnolo è il più buono del mondo, il suo gusto mi rimette completamente in pace con il mondo.
Finito di mangiare rimango qualche minuto seduto e mi fumo una sigaretta. I pensieri mi vanno in milioni di direzioni. Forse è davvero l’ora di smettere di piangersi addosso e cominciare ad affrontare un po’ la vita. Guardo l’orologio, direi che è l’ora di andare a prendere Bico, che immagino avrà ormai terminato di bestemmiare tutti i santi del calendario. Chiedo il conto e metto la mano automaticamente alla tasca posteriore per prendere il portafogli. Dalla mia espressione la signora capisce subito. Non c’è il portafogli nella tasca!
Rimango qualche secondo inebetito mentre dal volto della donna scompare il sorriso cordiale che aveva tenuto finora. Dove cazzo l’ho messo? Cerco di pensare velocemente, poi mi viene in mente che me lo ero tolto in macchina e l’avevo appoggiato sul cassettino a fianco del cambio. Spiego la situazione alla signora, che non si fida e mi accompagna fuori. Cerco di sorridere e fare qualche battuta ma la sua espressione mi congela. Dalla cucina spunta un omaccione alto e quasi calvo, con dei baffoni a manubrio. Probabilmente il marito. Non ha bisogno di parole, capisce tutto dallo sguardo della donna.

Usciamo dal bar e mi immergo nel Doblò, ma ne esco con espressione delusa. Il portafogli non c’è.
Tento un sorriso di circostanza, ma non funziona. La donna si volta e chiama il marito ad alta voce. Lui esce subito dopo e si avvicina minaccioso. Parlano concitatamente, mentre io cerco una soluzione rapida e senza mettermi a pensare che capitano tutte a me, d’altronde avevo appena promesso a me stesso di non piangermi più addosso. Mi viene in mente che ci dovrebbero essere un po’ di monete nell’altro cassetto, dalla parte del guidatore. I soldi per pagare l’autostrada. Un po’ a gesti, un po’ a parole mi spiego con i due, mentre fra le parole che si scambiano sento un “policia” che non mi piace per niente. Sto per fare il giro del Doblò per andare dall’altra parte, ma la mano forte dell’uomo mi blocca il braccio. Forse pensano che voglia andarmene.
-No, no- Dico. –Tengo el dinero en el coche.-
Per tranquillizzarlo gli lascio le chiavi della macchina. Lui se le lascia depositare nella sua enorme mano.
Entro dall’altra parte, con l’uomo che mi segue e mi metto a cercare nel cassetto. Per fortuna ci sono abbastanza monete per pagare il conto. Gli lascio anche qualcosa di più. L’uomo mi restituisce le chiavi, la signora si fa dipingere di nuovo sul volto il suo sorriso rassicurante, salgo velocemente e metto in moto. Mi dirigo subito verso la stazione per recuperare Bico. Ecco, una volta che sono tranquillo deve subito succedere qualcosa. Dove diavolo avrò perso il portafogli? C’erano pure i documenti, dovremo andare alla polizia a fare denuncia.

Arrivo sul punto in cui ci eravamo fermati più di mezz’ora prima. Bico è seduto sul marciapiede e sta fumando una sigaretta. Immagino non sia la prima. Scendo e sorrido allargando le braccia.
-Allora Bico… la Tunisia ci aspetta, salta su.-
Lui rimane seduto e continua a fumare, con aria serafica. Mi sa che l’ha presa male.
Faccio due passi verso di lui, sempre sorridendo.
-Dài, non te la sarai mica presa eh? Ti ho fatto uno scherzo. Ne avevo bisogno, avevo bisogno di togliermi la tensione di dosso. Di… ah, a proposito, prima di partire bisogna passare dalla polizia, ho perso il portafoglio. Dei soldi mi importa poco, ma c’erano dentro i documenti e se dobbiamo andare in Africa, come faccio…-
Si alza in piedi, senza rispondere e butta la cicca in terra, poi mi si avvicina e, prima che riesca a finire la frase o a rendermi conto di quello che sta succedendo, sento qualcosa di duro che mi investe la faccia e un secondo dopo sono in terra con la mascella che mi fa un gran male. Qualcosa mi atterra sullo stomaco, è il mio portafogli.
-Tieni, cogliòne!-
-Bico… mi hai dato un cazzotto.- Sono ancora stupito, mentre mi giro il portafogli fra le dita. L’aveva preso lui.
-Scusa ma… ne avevo bisogno.-
Lo dice mentre mi tende una mano e mi aiuta a rialzarmi. Lo dice con tono calmo, rilassato. Beh, forse me lo sono meritato. Uno a uno, dopotutto. Ma il portafogli…
Rientro in macchina dalla parte del passeggero, mentre lui sta accendendo il motore. Continuo a tenere il portafoglio in mano.
-Dove l’hai trovato?-
-L’ho preso prima, quando mi hai detto di portarti alla stazione. Avrei proprio voluto vedere come avresti fatto a pagare il biglietto.-
Si volta verso di me con un sorriso beffardo.
Figlio di troia! Lo credo che era tranquillo, anche quando sono andato via lasciandolo lì. Prima o poi mi sarei accorto che ero senza soldi e sarei dovuto tornare per forza. Mi metto a ridere e lui fa altrettanto. Ed è ancora una risata sana, ancora più liberatoria di quella che mi ero fatto da solo prima.
Però siamo due a uno per te, Bico. Prima o poi pareggerò il conto.
-Allora, Tunisia, coglione?-
-Tunisia, uomo perfetto.-


.

domenica 24 maggio 2009

Tagli e ritagli di viaggio (Racconta Poker)

Buondì. Non tutto quello che è successo nel nostro viaggio è finito sul romanzo. Ci sono episodi, frammenti, che ne sono rimasti fuori. Di uno di questi ne pubblico ora una parte qua sotto... e magari poi pubblicheremo anche il seguito.
Buona lettura ai pazienti lettori.
Poker.

ps: ah, tanto per cambiare... stavamo litigando.

... Riparte premendo rabbiosamente il pedale dell’acceleratore e senza dire una parola. Il Doblò percorre nervosamente le strade di Benidorm. C’è un silenzio irreale all’interno, solo i pensieri di entrambi che riempiono l’abitacolo rendendo l’aria irrespirabile. -Senti Bico, io…-
-Non dire niente! Non dire più niente, non voglio nemmeno sentire la tua voce. Mi hai rotto i cogliòni. È da quando siamo partiti che ti lamenti per qualsiasi cosa, che cerchi ogni pretesto per dimostrare che il mondo ce l’ha con te, che godi nel piangerti addosso e che cerchi sempre di essere compatito. Vai, torna a casa e levati dai cogliòni, vai a piangere da mamma, chiuditi nelle tue tre stanze, protetto dai mali dell’universo, così potrai compiacerti della tua diversità, di essere una povera vittima della cattiveria altrui. Ma vaffanculo va’ Poker. Non ho nemmeno più voglia di sprecare altro fiato con te.-

In pochi minuti siamo in vista della stazione. Il Doblò si ferma proprio davanti l’ingresso. Bico rimane immobile, con il motore acceso e le mani sul volante, lo sguardo dritto davanti a sé.
-Allora?- Ringhia.
Sto zitto per alcuni secondi, poi mi volto verso la bauliera.
-Allora le mie valigie le hai messe sotto tutta la quantità di stronzate che hai comprato. Almeno dammi una mano a spostarle.-

Gira di scatto la testa verso di me e con gesto altrettanto furioso afferra la maniglia della portiera.
-Certo, certo, pur di non vederti più, scarico da solo un tir.-
Esce facendo sbattere la portiera e si dirige verso il baule posteriore, ma non fa in tempo ad aprirlo. Nel frattempo mi sono spostato sul sedile del guidatore, tolgo il freno a mano, innesto la marcia e parto di scatto. Dallo specchietto lo vedo lì, in piedi sulla strada, con lo sguardo stupito. Metto il braccio sinistro fuori dal finestrino e gli faccio un cenno di saluto, mentre finalmente, dopo tanto tempo, mi viene da dentro una risata sincera, vera, libera.

(continuerà...)

.

giovedì 23 aprile 2009

Arlecchino servitore di due padroni... ma non sempre (Racconta Bico)

La prima volta che ho tenuto in mano un Arlecchino avevo... uhm... avevo? 8 anni, mi pare. Forse 9? Vabbè, più o meno era quel periodo là. Mi trovavo nella sala biliardi di mio nonno, il "Francese" e l'occhio mi cadde su quella stecca posata sul tavolo, che sembrava chiamarmi e guidarmi fino a lei. Come ipnotizzato mi alzai dalla sedia e posai il bicchiere di chinotto che stavo sorseggiando per vincere l'arsura dell'estate romana (peggio di quella calabrese che avevo lasciato per passare un po' di tempo in compagnia del nonno) e mi diressi verso quello splendido oggetto che aveva attirato la mia attenzione. La presi in mano e la soppesai incuriosito, poi mi voltai verso il banco e vidi gli occhi del Francese puntati su di me. Vinsi il primo impulso di obbedire a quello sguardo e posare subito la stecca e gli chiesi se potevo provare un tiro.
Mio nonno non rispose, aggirò il banco e mi venne incontro, poi protese una delle sue grandi mani verso di me. Mi parve che la stecca se ne andasse docilmente dalla mia presa per farsi afferrare da lui, come un cagnolino che zampetta felice verso il suo padrone.
"Questa è un'Arlecchino, ragazzo mio" esordì con quella sua erre moscia "E' una stecca che assorbe la personalità e i desideri di chi la possiede, è una stecca difficile da domare, ma che poi diventa la tua amica più fedele. Ed è una stecca che non si presta, che non passa di mano."
Si fermò, solenne, come sapeva essere soltanto lui quando raccontava le storie. Mi prese in braccio e tornò verso il bancone del bar e mi ci mise a sedere sopra, mentre tornava dall'altra parte. La stecca sparì da qualche parte dietro il banco, poi i suoi occhi brillanti tornarono a incrociare i miei.
"Non passa di mano, no... è successo solo una volta..." Sorrisi, capivo che stava per raccontarmi una delle sue magnifiche storie. "...fu qualche anno fa, a Tangeri... era il 1976..."
E quella fu la prima volta che venni a sapere la storia di Paolo Saturno.

.

sabato 18 aprile 2009

Shine, crazy diamond, shine!!! (Racconta Poker)

Il diamante pazzo in questione è quello schizzoide di Bico, col quale è veramente impossibile parlare di musica. Come un novello Savonarola delle 7 note, comincia a predicare e catechizzare l'ignorante di turno che gli sta davanti.
Tanto per cambiare, spesso l'ignorante di turno sono io, come è successo mentre stavamo andando a Granada, durante il nostro viaggio raccontato ne "L'ottavina di Dio". Un viaggio pieno di musica e di canzoni, fra cui questa:



Bella eh? Eh, sì, certo, bella. Bico poi adora i Pink Floyd, anche molto più di me. Già era incazzato per una certa cosa, quindi mettendo il cd "Delicate sound of thunder" pensavo di fare cosa gradita, che si potesse rilassare un po', almeno quanto lo ero io, mentre sentivo sul collo un lieve tocco di dita femminili. Ma... niente, non avevo considerato Savonarola, non avevo considerato il Verbo, che in questo caso (per lo schizzoide) ha un solo nome e cognome: Roger Waters.

martedì 7 aprile 2009

Biliardo (Racconta Bico)

Il biliardo costituisce l'arte suprema dell'anticipazione. Non si tratta affatto di un gioco, ma di uno sport artistico completo che necessita, oltre che di buona condizione fisica, del ragionamento logico del giocatore di scacchi e del tocco da pianista da concerto.
Albert Einstein

E se lo dice il vecchio Albert ci si può credere. Ma il biliardo non è solo questo. Il biliardo, così come l'ho imparato io fin da piccolo, è la sala. E' puzza di fumo, di sudore, di adrenalina. Il biliardo sono le bestemmie a mezza voce, la stecca sbattuta sulla sponda, il sorriso a denti stretti. Il biliardo è qualcuno che ti guarda di sottecchi, è denaro che fruscia fra le dita, è il rumore del gessetto sulla punta della stecca. Il biliardo è un bicchiere di Campari buttato giù con rabbia, è l'ingresso di qualche "personaggio" sulla scena. E' saluto sempre uguale e sempre diverso. Il biliardo è "io sono più bravo di te" in un lampo di pupilla. Il biliardo è storia. E' la storia. Ed è la nostra storia. Quella che Poker non capirà mai, semplicemente perché non gioca a biliardo, anche se ha vissuto insieme a me un'avventura così intensa che qualcuno ci ha pure scritto un romanzo.

L'ho conosciuto fin da piccolo il biliardo, quando le mani enormi di mio nonno mi sollevavano per farmi ammirare quelle magiche geometrie che le palle descrivevano sul tavolo verde. Lo chiamavano "Il Francese" mio nonno, per via della sua erre moscia, che lo rendeva così affascinante quando raccontava storie. Perché le sapeva raccontare le storie, il Francese. E sapeva cogliere l'attimo con poche parole. Chissà... magari un giorno mi verrà voglia di riportarle pure qua.
Per ora... il viaggio comincia. Verso un colpo e una persona che questo colpo... beh, ma non anticipiamo troppo. Diciamo, per ora, che quel colpo si chiama... Ottavina di Dio.

.

venerdì 3 aprile 2009

E alla fine...

... o meglio, all'inizio, l'Ottavina di Dio ha visto la luce. Messa così sembra una cosa molto mistica, in effetti.
In realtà invece, si tratta del vedere su carta il resoconto di un viaggio, di un'avventura. La prima "uscita" si è tenuta lunedì 30 marzo a Reggio Calabria, e presto ci saranno altre tappe di un nuovo viaggio che servirà a raccontare un viaggio. Un "Ottavina tour 2009" di cui presenteremo le tappe su questo blog.
Ma non solo... stiamo per partire anche col viaggio all'interno del viaggio, nel presente blog, come in parte abbiamo già cominciato a fare. Per parlare di tante cose.. di noi, di chi vorrà partecipare, di tanti argomenti, di musica, di cinema, di letture, di amenità varie.
Quindi... non resta che dire...

... si parte!!!


.

giovedì 19 marzo 2009

Conto alla rovescia


Eccoci qua, comincia il countdown che ci porterà fino al 30 Marzo, quando vedrà la luce questa benedetta "Ottavina di Dio". E poi, dai prossimi mesi, comincerà una serie di presentazioni che vedranno i suoi autori scarrozzarsi su e giù per la penisola. Intanto mettiamo qui il programma della prima presentazione, che avrà come cornice Reggio Calabria.

Lunedì 30 Marzo 2009 - Ore 17:00 - Sala conferenze Palazzo Provincia di R. C. (Piazza Italia)
“L’OTTAVINA DI DIO” Romanzo di Francesco Villari e Marco Di Grazia – Edizione Città Del Sole
Relatrice: Dr.ssa Maria Festa – Critico letterario – Scrittrice – Poetessa – Giornalista pubblicista
Saluti Autorità: Dr.ssa On.le Antonella Freno – Assessore ai Beni Culturali e Grandi Eventi del Comune di R. C.
Dr. Santo Giuffré – Assessore alla Cultura Provincia di Reggio Calabria
Prof. Ercole Nucera - Assessore Pubblica Istruzione Provincia di Reggio Calabria
Introduzione: Dr.ssa Loreley Rosita Borruto – Presidente del C. I. S. della Calabria
Lettura di brani scelti
Saranno presenti gli Autori e l’Editore Franco Arcidiaco.

Bene... e ora vogliamo spendere due parole su quest'Ottavina?

Uhmmm... le vogliamo spendere?

Ma no, aspettiamo che esca il romanzo, poi ne spenderemo ben più di due.

.

giovedì 12 febbraio 2009

Quasi ci siamo (Racconta Bico)

Ecco...ora siamo pure immortalati. A dir la verità Poker ha tentato per mesi di fare un disegno decente, ma gli venivano fuori solo degli sgorbi, così ci ha pensato l'amico Cristiano a darci una mano. Grazie per il disegno.

Per il resto, siamo assenti da un po', ma c'è un perché (d'altronde c'è sempre, o quasi, un perché) ma... beh, di questo ne parleremo magari in altre occasioni. Intanto c'è da dire che presto, finalmente, vedrà la luce quella che è stata la nostra avventura. E finalmente potremo parlare di biliardo, viaggi, amori (veri o presunti... mi sa più presunti, visto che riguardano Poker... ghghghgh) di soldi e scommesse, di casini vari e di un leggendario tiro di biliardo.
Quello che dà il titolo a questo blog.
Quello che dà il titolo al romanzo che fra breve uscirà.